Lo studio è un ex magazzino a due passi dal porto. Dentro, l’odore di salsedine si mescola a quello della colla e del legno tagliato. Appese al soffitto, grandi forme intrecciate aspettano di essere accese.
L’artista raccoglie ciò che nessuno vuole più: reti strappate, assi di barche dismesse, lampade da cantiere. “Il mare li ha già consumati”, dice, “io cerco solo quello che hanno ancora da dire”.
Il metodo
Ogni scultura nasce da un unico oggetto trovato. Attorno a quello cresce il resto, per settimane, senza un disegno preparatorio. La luce arriva per ultima, quando la forma è già decisa.
Non uso materiali nuovi: se una cosa è arrivata fin qui, ha diritto a una seconda vita.

I materiali più usati
- reti da pesca in nylon, lavate e tinte a mano;
- legno di barche e pallet, levigato ma non verniciato;
- lampade e cavi elettrici recuperati dai cantieri;
- corde e galleggianti, per legare e sospendere le forme.
Quando si accende la luce
Al buio le sculture cambiano completamente. Le reti proiettano ombre sulle pareti, e lo studio diventa una specie di fondale marino. È in quel momento, dice l’artista, che capisce se il lavoro è finito.
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