Ogni sera, quando il sole smetteva di battere sulla facciata, la signora Nunzia apriva la porta e portava fuori la sua sedia. Sempre la stessa: legno scuro, seduta impagliata, una gamba rinforzata con il fil di ferro.
La sistemava a mezzo metro dal muro, né troppo vicina né troppo lontana, e si sedeva con le mani in grembo. Da lì vedeva tutta la strada: il fornaio che chiudeva, i ragazzi che tornavano dal campetto, le finestre che si accendevano una dopo l’altra.
Nessuno ricordava quando avesse cominciato. Per i più giovani la sedia era sempre stata lì, come il lampione o la fontanella all’angolo.
«Non guardo niente di speciale», diceva a chi le chiedeva cosa facesse. «Guardo quello che c’è.»
D’estate le altre sedie arrivavano da sole. Una vicina, poi un’altra, poi qualcuno dal palazzo di fronte. Si parlava di tutto e di niente, finché le voci si abbassavano e restava solo il rumore delle cicale.

Un inverno la sedia non uscì più. La porta restò chiusa per giorni, poi per settimane. Nessuno ne parlava, ma tutti, passando, rallentavano davanti a quel mezzo metro di marciapiede vuoto.
In primavera, una sera, qualcuno portò fuori una sedia. Non era la sua, e non era lei. Ma si mise a mezzo metro dal muro, né troppo vicina né troppo lontana, e restò a guardare quello che c’era.